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Ricetta autentica del baccalà alla vicentina: il tempo di ammollo che garantisce morbidezza

📅 19 Agosto 2026✍️ di Letizia Barbantini⏱️ 5 min di lettura

Quando mi trovo di fronte a un baccalà da preparare alla vicentina, la prima cosa che mi insegna l’esperienza è che non c’è fretta. Anzi, la fretta è il nemico numero uno di questo piatto. Durante gli otto anni che ho passato tra le vigne toscane, gestendo l’enoteca, ho imparato a riconoscere che la cucina autentica non si costruisce sulla velocità, ma sulla pazienza e sul rispetto dei tempi naturali degli ingredienti. Il baccalà alla vicentina è esattamente questo: un piatto che richiede dedizione, attenzione e soprattutto il tempo corretto di ammollo.

Ti sei mai chiesto perché il baccalà essiccato salato deve restare in acqua per giorni prima di finire in padella? Non è una tradizione vuota, ma la soluzione logica a un problema concreto. Il pesce viene salato e lasciato seccare per permettere la conservazione nel tempo: è un metodo che risale ai secoli dei lunghi viaggi marittimi, quando portare pesce fresco era praticamente impossibile. Oggi non ce n’è più necessità dal punto di vista pratico, ma continuiamo a usare questa materia prima perché il risultato è straordinario, a patto che tu sappia come trattarla.

Il tempo d’ammollo: il segreto della morbidezza

Ecco il punto cruciale: quanto tempo deve stare in ammollo il baccalà? La risposta non è universale, ma orientativamente parliamo di 48-72 ore. Tre giorni interi, in cui cambierai l’acqua più volte al giorno. Capisco che possa sembrare esagerato, ma funziona come quando stendi un capo di lana bagnato: il tempo e l’acqua dolce reidratano le fibre, le rendono elastiche e morbide. Nel baccalà succede esattamente la stessa cosa.

Nei primi tempi della mia enoteca, ho conosciuto vecchi osti che ancora preparavano il baccalà secondo le ricette tramandate dalle loro nonne vicentine. Mi raccontavano che in passato, in Veneto, il baccalà arrivava via mare dalle coste atlantiche e veniva conservato nei magazzini dei mercanti. Quando dovevi prepararlo, non c’era alternativa: lo dovevi reidratare per giorni. Era una necessità che si è trasformata in tradizione, e la tradizione nel tempo si è rivelata la scelta più intelligente.

Durante l’ammollo, l’acqua fredda penetra gradualmente nella carne del pesce, disgregando le molecole di sale e restituendo la struttura proteica originale. Ogni volta che cambi l’acqua, stai togliendo il sale in eccesso. Se salti i cambi d’acqua o se accorci troppo i tempi, il risultato sarà un piatto salato e stopposo, completamente diverso da quello che dovrebbe essere: morbido, cremoso, quasi mantecato.

Come affrontare l’ammollo passo dopo passo

Allora, mettiamo che tu abbia deciso di fare il baccalà alla vicentina nel modo giusto. Per prima cosa, scegli una vasca di ceramica o vetro: i materiali reattivi come il metallo potrebbero interferire con il processo. Riempi di acqua fredda e immergi il baccalà secco. Se è in pezzi interi, meglio ancora.

Il primo cambio d’acqua avviene dopo 12 ore. Non è casuale neanche questa tempistica: in questo modo dai al pesce il tempo di iniziare il riassorbimento senza che l’acqua diventi troppo satura di sale. Le successive 24 ore, cambia l’acqua ogni 12 ore, quindi ogni giorno se prosegui oltre le prime 48 ore. Tu stesso noterai come l’acqua diventa sempre meno torbida: è il sale che se ne va, il pesce che torna a respirare, per così dire.

Come riconosci quando è pronto? Spezza un pezzetto di coda tra le dita: deve essere morbido, pieghevole, non rigido. Quando lo affetti, la carne deve spezzarsi quasi cremosamente e non risultare fibrosa o dura. Se il tuo baccalà è già stato ammollato male prima di arrivare a te (cosa che succede nei supermercati, dove viene fatto malissimo), dovrai compensare aggiungendo magari un giorno in più.

La preparazione secondo la tradizione vicentina

Una volta ammollato correttamente, il baccalà va lessato leggermente in acqua non salata. Qui entra in gioco un altro elemento fondamentale: la temperatura dell’acqua. Deve essere intorno ai 65-70 gradi, non bollente. Troppo caldo e rovini mesi di lavoro; troppo freddo e il pesce rimane crudo dentro. È come quando scalda il latte: devi sentire il momento giusto. Denaturazione proteica|La denaturazione delle proteine avviene a temperature specifiche, e il baccalà è particolarmente delicato.

Dopo la cottura, inizia la fase del mantecamento con il Emulsione (chimica)|latte e l’olio. Non è una casuale aggiunta di ingredienti: il latte dona cremosità e ammorbidisce ulteriormente; l’olio – ovviamente extravergine, di buona qualità – lega il tutto in una salsa vellutata. Qui vedrai perché l’ammollo precedente era così importante: se il pesce non è perfettamente morbido, la mantecatura non funziona, non amalgama, rimane appiccicosa o disunita.

Durante i miei anni in enoteca, abbinavo il baccalà alla vicentina a vini veneti bianchi: Soave, Garganega, talvolta un Prosecco Brut. La grassezza del piatto richiede un’acidità che pulisca il palato, proprio quello che questi vini offrono.

Errori comuni e come evitarli

L’errore più frequente? Saltare giorni o fare ammolli molto brevi, tipo 24 ore. Il risultato è un baccalà ancora salato, che non è il piatto autentico. Un secondo errore: usare acqua tiepida o calda durante l’ammollo. Deve essere fredda, anzi gelida se possible. Il freddo rallenta il processo, sì, ma lo rende più uniforme e controllato.

Infine, non acquistare baccalà “già ammollato” da supermercati dove non hai tracciabilità di come è stato trattato. Quella è economia falsa: paghi il prezzo del baccalà fresco, ma ottieni risultati mediocri.

Quando prepari il baccalà alla vicentina seguendo questi tempi, non stai solo cucinando: stai ripetendo un gesto che generazioni di persone prima di te hanno compiuto nello stesso modo. È questo che rende autentico un piatto, non la ricetta scritta, ma il rispetto del tempo che richiede.

Letizia Barbantini

Letizia ha gestito per otto anni un’enoteca in Toscana, imparando a coniugare sapientemente piatti semplici e vini locali. Ora racconta la rinascita delle osterie autentiche e il lavoro dei piccoli produttori che incontrava ogni giorno tra le vigne e i mercati.

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